Coppie, separazioni e femminicidio.

Coppie, separazioni e femminicidio.

Il termine ‘femminicidio’ ricorre sempre più spesso nella cronaca e nelle discussioni. Anche fra specialisti della coppia, della famiglia e della psicologia.

Purtroppo, quando un tema è molto dibattuto anche a livello di opinione pubblica, non sempre si riesce a trattarlo in modo oggettivo.

Il termine FEMMINICIDIO non è ad esempio univoco: non ne esiste una sola definizione, condivisa.

Si usa per indicare una varietà di situazioni il cui comunque denominatore è la morte di una donna per mano di altre persone, in cui vi sia una componente legata al genere femminile della vittima.

Ma una definizione di questo tipo, basandosi su una valutazione di natura psicologica, sociale o ideologica, non può avere caratteri di oggettività.

Nella cronaca giornalistica, sono stati considerati FEMMINICIDI gli assassinii in famiglia come anche quelli compiuti da sconosciuti in esito di violenza sessuale o altri reati, come il furto. Situazioni estremamente diverse fra loro, che vengono uniti sotto un unico cappello terminologico in base a somiglianze esteriori.

Per usare un paragone, è come chiamare PESCI tutti gli animali affusolati, con pinne e coda, che vivono nel mare. Includendo in questo modo anche mammiferi come capodogli, delfini e balene, che hanno una fisiologia del tutto diversa.

L’ISTAT (2016 ISTAT Omicidi di donne) prova a tracciare una distinzione su dati oggettivi, distinguendo gli omicidi in base a chi li commette.

Scopriamo così una differenza che impressiona.

In numeri assoluti, le vittime di omicidio nel 2016 sono più maschi che femmine (251 Maschi e 149 Femmine), ma gli omicidi fra partner ed ex-partner vedono una netta prevalenza di vittime donne (7 Maschi e 83 Femmine).

Gli omicidi di donne maturano in ambito relazionale in oltre la metà dei casi totali. Gli uomini vengono uccisi fuori casa, le donne in casa, dal partner o ex-partner.

Ed è quindi nell’ambiente relazionale che forse andrebbero concentrati gli sforzi, per comprendere meglio i fattori che predispongono alla violenza che esita, come fade finale, nell’omicidio di un numero di donne nettamente superiore rispetto a quello degli uomini.

Si potrebbe sostenere che il maschio è – biologicamente o culturalmente – più aggressivo e predisposto alla violenza.

L’ipotesi ha il vantaggio di essere semplice ed economica: il maschio è l’individuo portatore del problema.

Tuttavia, almeno per la mia esperienza di oltre 15 anni con famiglie marginali, dove la violenza è pane quotidiano, le ipotesi semplici e polarizzate su un solo individuo sono quasi sempre insufficienti. Specie se il contesto è un gruppo in cui vi sono relazioni strette.

Se le ipotesi polarizzate su singoli individui non sono valide nemmeno nei casi veramente patologici, a maggior ragione non possono essere vere nella complessità delle vita di milioni di coppie e famiglie.

Cosa sappiamo dei rapporti che legano due persone per anni? del tipo e grado di violenza reciproca che una coppia è in grado di sviluppare come forma di interazione?

Vanno inoltre considerati altri fattori, che generano disparità fra i generi e possono predisporre ad una disparità nei comportamenti individuali.

Ad esempio, nel 2016 11 14 ISTAT matrimoni-separazioni-divorzi-2015 si riscontra che sulla carta l’affido condiviso dei figli è ormai la regola nei procedimenti di separazione.

Ma l’assegnazione della casa coniugale e degli assegni di mantenimento disegna una situazione diversa: la casa coniugale è nel 60% dei casi assegnata alla donna, e nel 94% dei casi l’assegno di mantenimento è a carico del padre (media: 485 euro/mese).

Qualunque ne siano le ragioni (redditi maggiori, minore tempo o attitudine alla cura dei figli, cornice culturale etc.), questi due indicatori ci raccontano che ancora oggi è il padre, nella maggior parte dei casi, ad essere il soggetto che esce dalla storia della famiglia.

Un contesto come quello della coppia e della famiglia non può essere facilmente ridotto ad un ritratto semplificato. Lo stesso vale per gli omicidi di donne in ambito familiare: sappiamo solo che sono tanti, troppi.

Non tanti come in Europa: sappiamo infatti che l’Italia è al terzultimo posto per numero di donne uccise ogni 100.000, segnale che l’attenzione al fenomeno nel nostro paese è molto alta.

A livello sociale, preventivo e di presa in carico, molto ancora si può fare. Ma non su base ideologica, e non a prescindere da una valutazione con metodo scientifico del fenomeno della violenza relazionale, dei contesti in cui matura, e dei sistemi cdi persone che la generano.