Psicopatologia delle bollette stropicciate.

Psicopatologia delle bollette stropicciate.

Perché prima o poi capita a tutti, che ti arrivi il paziente con le bollette da pagare. Almeno, a tutti quelli che frequentano pazienti gravi, come quelli con dipendenza da alcool e droghe o psicosi. Quelli che della patologia hanno fatto un mestiere, e il mestiere li ha macchiati di stigmate sociali che si insinuano in tutti i meandri della vita quotidiana.

Per la mia esperienza è molto raro questi pazienti chiedano aiuto in modo tradizionale. Non si è mai visto che ti dicano: ‘aiutami a sconfiggere il problema di dipendenza che mi affligge’. Quello semmai è lo schema tipico degli altri pazienti, quelli con la depressione, l’ansia o l’influenza. Il paziente con abuso alcolico può considerare la sua alitosi alcolica mattutina – che tu noti subito perché mai ti verrebbe di bere un grappino alle 8 – come cosa di poco conto, e ritenere invece di primaria importanza un pacco di bollette che aveva lasciato in un cassetto. Può arrivare con un ascesso trascurato in qualche punto del corpo, dove c’è stato un incidente con l’ago e la sostanza si è sparsa nei tessuti, e dirti che il problema è l’ascesso e non l’ago ripieno di droga illegale. Può presentarsi con l’ennesima pena da scontare, non necessariamente per reati di droga: spesso è perché abita gruppi sociali dove i reati sono norma culturale.

E allora non importa che tu sia medico, psicologo, educatore, infermiere o l’ultimo tirocinante arrivato stamattina: quando il paziente si presenta in modo atipico, hai di fronte due scelte: (1) cercare appigli nella tua tipica identità professionale oppure (2) accettare che il paziente è già entrato dalla porta di servizio, e non perché abbia sbagliato strada: ha proprio scelto, di entrare da lì.

Credo che se rifiutassi le bollette non pagate che molti dei miei pazienti gravi mi appoggiano in silenzio sulla scrivania, perderei l’occasione unica di interagire con il loro mondo, nella loro lingua. Perché non sono le bollette da pagare, ma quel modo di appoggiarle in un mazzo di fogli spiegazzati con l’ansia di chi è di fronte ad un problema che chiunque di noi risolverebbe con una telefonata al servizio clienti, che ti racconta che lì c’è tutto il mondo della persona. C’è una mappa accurata dei territori in cui sa muoversi agilmente, e quelli in cui vive un imbarazzo bloccante. C’è il disvelamento di aree che non funzionano come ci si aspetterebbe dal cittadino urbano medio.

E c’è il riconoscimento che tu, in quel momento e in quel posto, qualunque sia il distintivo che porti, sei una persona a cui ci si può rivolgere.

MEGLIO DI UN TEST.

Chiaramente, di fronte ad un tracciato comportamentale del genere, qualunque test psicodiagnostico impallidisce. Non che non possa fornire utili informazioni sulla posizione in classifica del nostro particolare assistito, ma di certo non ha una precisione comparabile all’osservazione ‘in vivo’ del suo funzionamento.

Un osservatorio che non è certamente quello diretto sulla ‘malattia’. Quella nel tossicomane appassionato è sempre negata, a volte de-negata, in ogni caso lasciata sullo sfondo come qualcosa di cui lamentarsi all’occorrenza, per riservarle però il giusto peso nell’economia dell’esistenza: né troppo, né troppo poco. Di certo non una tragedia.

LO PSICOLOGO COL PEDIGREE.

Lo so, le bollette non fanno parte del nostro strumentario professionale. Nemmeno nel peggiore bestiario psicologico sono contemplate come strumento diagnostico. E quindi è legittimo che lo psicologo rifiuti sdegnosamente il famoso pacchetto di fogli spiegazzati, dichiarando dentro di sé – spero non di fronte al paziente: ‘E che me ne faccio?’. Ci vuole stomaco anche solo per prenderli in mano, quei fogli che trasudano unto e stridor di denti e sicuramente sono rimasti appoggiati per mesi su tovaglie sporche e mobili di seconda mano.

Ecco, non mi sento di biasimare chi sta attento a non uscire dai confini della professione. Chi ritiene necessario tracciare dei limiti netti alle attività da svolgere con il paziente. Chi si pone il problema della validazione tecnico-scientifica degli strumenti diagnostici. Chi non prescinde dal linguaggio che possiamo e non possiamo accettare. In fondo, la nostra professione è ricca di test, molto ricca di teorie della mente, straordinariamente ricca di approcci terapeutici. Ci si può divertire ugualmente anche senza le bollette stropicciate, ecco.

Io però continuo a credere a questa strana psicodiagnostica basata sulla mappatura dei fatti quotidiani, che mi ricorda quando ‘fare clinica’ voleva indicare l’atto di chinarsi sul paziente sofferente, e ascoltare quel che aveva da dire.